Una famiglia,
una piazza
Gaetano veniva da Altopascio, Lorenzina da Livorno. Aprirono il 20 ottobre 1960 e da allora non si è più spostato nessuno.
«La mamma sognava da sempre di avere un suo locale».
Lionello Briganti
Nel 1960 il locale di Piazza Giorgini era aperto da pochi mesi e chi l'aveva avviato non riusciva a tenerlo. Gaetano Briganti, di Altopascio, e sua moglie Lorenzina, livornese, decisero di rilevarlo insieme ai figli. «Quando si presentò l'occasione non ci pensammo due volte», racconta Lionello. «Con tanto entusiasmo e pochissimi mezzi».
Rifredi allora aveva un'altra faccia. La piazza era sterrata, c'erano mucchi di sassi e camion parcheggiati come capitava, e i ragazzi giocavano a pallone fino a tardi. Le auto erano poche, la vita più lenta. Ognuno conosceva tutti e nessuno aveva fretta.
«All'inizio la gente veniva solo la domenica. Non c'erano soldi, si risparmiava. Poi, piano piano, la voce si sparse. Forse eravamo bravi, forse è stata la fortuna, o forse era la cucina di mamma: sincera, fatta di ingredienti veri e sapori che parlavano da soli».
Lido e Lionello, che quando la trattoria aprì erano bambini, sono diventati col tempo figure familiari del quartiere. Da allora non se ne sono più andati: hanno visto passare generazioni di clienti, dai ragazzi di ieri ai loro figli e nipoti.
«Siamo cresciuti qui dentro, e ormai ogni tavolo ha la sua storia. C'è chi si è conosciuto da noi, chi ci ha portato i figli appena nati, chi è tornato dopo vent'anni. È come una seconda famiglia».
Lionello Briganti · seconda generazione
Un piatto nato dopo il servizio, all'una di notte
«Ogni sera, verso l'una, veniva un gruppo di amici. Io mi preparavo uno spaghettino con il pomodoro crudo. Una notte mi dissero: faccelo anche a noi. Da lì partì tutto. Tra loro c'era un giornalista, che poi ne scrisse su La Nazione. Da quel momento lo spaghettino è diventato il nostro piatto simbolo».
Lionello Briganti
Pomodoro fresco, basilico, aglio, olio, peperoncino, parmigiano. Nient'altro, e nessuna scorciatoia. Quarantotto anni dopo è ancora il piatto più ordinato della sala.
Leonardo, e niente è cambiato
Il testimone è passato a Leonardo Briganti, figlio di Lionello, terza generazione. È cresciuto tra i tavoli e oggi porta avanti la storia di famiglia con lo stesso rispetto per la tradizione, ma con uno sguardo più attuale.
«Ho imparato da mio padre e da mio zio che la costanza è tutto. Qui non si viene solo a mangiare, si viene per stare bene. È un posto dove ancora si parla, ci si saluta, ci si sente a casa. Oggi molti locali cambiano stile ogni stagione, noi invece restiamo fedeli a noi stessi: è il nostro modo di onorare la storia della famiglia».
Accanto alla sala storica c'è il dehors, dove d'estate si cena sotto le luci della piazza. La cucina è a vista. La pizza si serve solo la sera ed è sottile e croccante. E si mangia fino a tardi: la cucina chiude a mezzanotte e mezzo, ed è uno dei pochi posti in città dove si può ancora fare.
«Una volta si tirava avanti fino alle due. Ma anche adesso, quando il locale è vuoto, mi prende la tristezza. Perché questo posto è la mia vita. È casa mia».
Lionello Briganti
Tre regole,
mai scritte.
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01
Quasi tutto si fa qui
«Produciamo quasi tutto in casa, come si faceva una volta. Chi ha buon palato lo sente. Non serve inseguire le mode: la nostra è una cucina che consola».
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02
La ricetta resta la ricetta
Niente rivisitazioni, niente destrutturato. La gente torna per un sapore che ha già in testa, e se ne accorgerebbe subito.
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03
Si beve bene senza spendere cifre folli
Leonardo tiene una piccola cantina personale con bottiglie che non sono nemmeno in carta. «Il vino deve unire, non dividere». Chiedeteglielo.